Per comprendere il significato di vite a piede franco bisogna tornare alla seconda metà dell’Ottocento, quando la fillossera, insetto di origine nordamericana, devastò circa l’80% dei vigneti europei.
Fu osservata per la prima volta nel 1854 dall’entomologo Fitch sulle viti selvatiche del Nord America. Quando attecchì nei territori europei, la Vitis vinifera non aveva difese adeguate.
L’impatto fu drammatico. Interi territori vitati distrutti. Una crisi non solo vitivinicola, ma culturale.
La fillossera si nutre della linfa della pianta, attaccando foglie e radici.
Il punto più delicato, però, è l’apparato radicale. Quando viene compromesso, la pianta deperisce fino a morire. E l’insetto, una volta esaurita una vite, si sposta. Nei suoli compatti può avanzare anche sottoterra, passando da pianta a pianta.
Le viti americane, nel tempo, avevano sviluppato una resistenza a livello radicale. Quelle europee, invece, risultavano estremamente vulnerabili.
Per salvare la viticoltura europea, si trovò una soluzione tanto efficace quanto definitiva. Innestare le varietà europee su radici americane, naturalmente più resistenti al parassita.
Da quel momento, quasi ovunque, la vite ha continuato a vivere così. Radici americane sotto, identità europea sopra. Una scelta necessaria, che ha permesso di ricostruire il vigneto del Vecchio Continente.
Innesto a parte, esistono ambienti naturalmente ostili alla fillossera. Tra questi, i terreni sabbiosi.
Nella sabbia, infatti, i tunnel sotterrati scavati dalla fillossera non reggono. Le pareti crollano e l’insetto è costretto a ricostruirli continuamente. Inoltre, la struttura microscopica della sabbia, fine e spigolosa, provoca micro-lacerazioni che ne ostacolano la sopravvivenza.
È così che, in alcune aree, la vite europea è rimasta integra, senza bisogno di innesto.
E quando questo accade, non è un dettaglio tecnico. È un patrimonio raro.
Una vite a piede franco è una pianta non innestata. Radici e fusto appartengono alla stessa vite europea.
In altre parole, è la forma naturale e originaria della Vitis vinifera, oggi sopravvissuta solo in pochissime aree.
Quella che esisteva prima della fillossera. Quella che oggi rappresenta una romantica eccezione.
Il più grande areale di piede franco del continente europeo è in Sardegna e conta circa 450 ettari.
All’interno di questo tesoro, Cantina Santadi, grazie ai suoi soci, ne custodisce circa 150: l’areale più grande dell’isola.
Quando una vite conserva le sue radici originarie, conserva anche un modo diverso di attraversare il tempo. Le radici sono più longeve, la pianta tende a gestirsi con maggiore equilibrio, senza eccessi di vegetazione e senza andare facilmente in sovrapproduzione.
È un equilibrio che non si impone, si accompagna. Lo stesso che, anno dopo anno, rende la vigna più capace di adattarsi, anche quando le stagioni cambiano.
Quelle a piede franco sono viti antiche, con tronchi spessi e rami sinuosi che ricordano sculture scolpite dai decenni, allevate ancora ad alberello, una forma di coltivazione che custodisce la memoria tecnica del passato.
Viti che crescono secondo il proprio ritmo, in una relazione diretta tra pianta e suolo.
Questo si riflette nel vino con una trama più fine, decisa. I profumi risultano più nitidi, senza sovrastrutture. Il frutto è integro, leggibile. Mentre i tannini, soprattutto nel Carignano, sono naturalmente più setosi, mai aggressivi.
La rarità di questo patrimonio è tale che la Francesco Frances Committee “Frances de Pied”, con il supporto del Principe Alberto II di Monaco, ha avviato un percorso per valutare la candidatura dei vigneti a piede franco a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Per chi ama il vino, è uno di quei casi in cui la parola “rarità” smette di essere marketing e torna ad essere ciò che è: un fatto oggettivo.